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Cordone ombelicale contro leucemia: dagli Usa l’importante studio del sannita Milano
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La cura dei pazienti affetti da leucemie acute e con sindromi mielodisplastiche attraverso il trapianto delle cellule staminali contenute all’interno del sangue del cordone ombelicale. E’ lo studio, che ha condotto a buoni risultati, coordinato dal sannita Filippo Milano al “Fred Hutchinson Cancer Research” di Seattle.

Milano, laureato in Medicina e Chirurgia con lode all’Università ‘La Sapienza’ di Roma, si è trasferito nel 2008 negli Usa al termine della specializzazione in Ematologia all’ateneo romano. Negli Stati Uniti si è distinto per numerose pubblicazioni nel campo dei trapianti allogenici ed, in particolare, nel campo dei trapianti da cordone ombelicale. Dal 2015 è direttore del programma clinico dei trapianti da cordone ed assistant professor all’Università di Washington.

Nel corso della sua attività di ricerca, il medico sannita ha realizzato uno studio sul trapianto di cellule provenienti dal cordone ombelicale. Una ricerca che ha avuto notevole risonanza sui media degli States, con interviste anche sul quotidiano ‘New York Times’.

“Il sangue da cordone ombelicale – spiega il ricercatore beneventano – proviene dalla placenta e dal cordone ombelicale dei neonati e contiene importanti cellule staminali che possono essere trapiantate nei pazienti, attecchire e sostituire il midollo osseo danneggiato da malattie come le leucemie.

Uno dei grandi vantaggi di utilizzare il sangue cordonale per i trapianti – aggiunge il medico – è dato dal fatto che, provenendo le cellule staminali da un neonato, non c’è ‘necessita’ di trovare una compatibilità al 100% diversamente da quello che accade negli altri trapianti da donatori adulti non correlati dove in genere è necessario trovare un donatore che sia compatibile al 100%”.

Le unità di sangue cordonale sono state utilizzate per pazienti con leucemie acute e con sindromi mielodisplastiche. La scelta di procedere con il trapianto da cordone è ancora considerata secondaria al fatto di non trovare un donatore non correlato che sono ancora considerati la prima scelta “gold standard” nel caso i pazienti non abbiano un donatore familiare compatibile.

“Il trapianto da cordone – sottolinea Milano – è considerato solo nel caso un donatore familiare ed un donatore non-familare (non-correlato) non vengano trovati. Lo scopo del nostro studio era di valutare se il trapianto da cordone è davvero solo un’alternativa o se invece può essere associato con ottimi risultati clinici. Per questo abbiamo deciso di comparare retrospettivamente pazienti che hanno ricevuto trapianti allogenici mieloablativi con cordone ombelicale in contrapposizione a pazienti che avevano ricevuto trapianti allogenici mieloablativi con donatori adulti non-correlati.

Il risultati sono molto incoraggianti: “Il nostro studio mostra che il tasso di sopravvivenza dopo trapianti da cordone è estremamente elevato (71% a 4 anni) – annuncia il medico -. Questi risultati sono simili a quelli ottenuti dopo trapianto da donatori non correlati (100% compatibili), ma migliori di quelli ottenuti usando donatori non correlati e non totalmente compatibili. Il gruppo che aveva ricevuto trapianto da cordone era quello con il tasso di sopravvivenza più alto.

Uno dei risultati più importanti della ricerca – sottolinea il sannita – è la valutazione dei dati in pazienti che avevano ancora malattia misurabile (minimal residual disease) al momento del trapianto. Questi pazienti hanno risultati molto scarsi, con solo 1/3 dei pazienti che sopravvivono al trapianto. La maggiore causa degli scarsi risultati in questi pazienti è dato dal fatto che il rischio di recidiva è estremamente elevato. Nel nostro studio, i pazienti – con malattia misurabile al momento del trapianto – che avevano ricevuto un trapianto da cordone ombelicale mostravano migliori risultati dei pazienti che avevano ricevuto trapianti usando donatori non-correlati. In particolare i migliori risultati erano dovuti ad un minor rischio di recidiva dopo trapianto da cordone fino a 3 volte superiore all’altro gruppo.

Il messaggio più importante che viene dalla ricerca – aggiunge Milano – è che considerare il trapianto da cordone solo come un’alternativa potrebbe non essere la soluzione giusta. Anzi in alcune categorie di pazienti ad alto rischio i risultati ottenuti con esso sono addirittura superiori”.

Inoltre, considerando che le cellule staminali provengono da neonati non c’è la necessità di una compatibilità perfetta. “Un aspetto – sostiene il ricercatore – che facilita la possibilità di trovare un donatore praticamente per ogni paziente (95% dei casi). Un’altra importante differenza è che non c’è nessun rischio per il donatore perché le cellule staminali sono raccolte dopo la nascita e criopreservate e mantenute nelle banche da cordone.

Tuttavia – prosegue lo specialista sannita -, non tutti i centri trapianto sono attrezzati ed hanno adeguate expertise per ottenere simili risultati. Il trapianto da cordone è in genere associato con maggior rischio di infezioni dovute al fatto che le cellule staminali provenendo da un neonato hanno bisogno più tempo di per attecchire. In caso di centri non altamente specializzati nel trattamento delle complicanze, questi risultati potrebbero essere più difficili da ottenere. Inoltre un altro aspetto che non facilita un maggiore uso del trapianto da cordone è legato al prezzo delle unità cordonali che continua ad aumentare e che non facilita la scelta di procedere con questo tipo di trapianti.

Il messaggio più importante che proviene da questo studio – conclude Milano – riguarda i donatori: anche quando non è identificato (la probabilità di trovare un donatore familiare è circa 30%, la probabilità di trovare un donatore non correlato 30-40%, quindi 30-40% dei pazienti rimangono senza donatori), cellule provenienti da cordonali possono essere identificate.

Fino ad ora, il trapianto da cordone era visto solo come ultima risorsa o come “ultima alternativa”. I pazienti ora sanno che con il cordone possiamo raggiungere risultati equivalenti ed in alcuni casi anche migliori specialmente per pazienti con leucemie e mielodisplasie ad alto rischio”.

Fonte: NTR24WEB